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L'introduzione nell'uso del territorio di colture non alimentari innovative e la possibilità di utilizzare queste colture a fini energetici ed industriali, potrebbe fornire un contributo non trascurabile alla rivalutazione dei terreni non più utilizzati per la produzione alimentare, e per i quali è necessario definire un programma di gestione. Tale programma avrà successo a condizione che sia attuato in un contesto produttivo simile a quello previsto nel settore agricolo alimentare. D'altra parte, lo stato di salute del territorio, inteso non solo in senso fisico ma anche in senso socio-economico, è fondamentale per lo sviluppo delle biomasse. Il sistema biomasse attinge dal territorio la materia prima, sia sotto forma di residui da attività agricole e forestali (e delle relative industrie di trasformazione), sia sotto forma di colture dedicate alla esclusiva produzione di energia; al territorio ritorna buona parte delle uscite sia in termini di energia, sia in termini di sottoprodotti utili per il sistema agricolo.


Programmi di usi energetici delle biomasse di così vasta portata, come quelli ipotizzati più sopra, non potranno non interagire con il territorio, in particolare:

  • con le aree a vocazione agricola e forestale, a causa del conflitto per l'uso di terreni fertili e dell'utilizzo alternativo o concomitante dei sottoprodotti
  • con le aree abbandonate suscettibili di riconversione.
     

Le prospettive tracciate sono ambiziose ma non irrealistiche; vanno quindi valutate, e per tempo, le condizioni al contorno che ne rendano possibile la concreta attuazione. La prima condizione è l'uso sostenibile del territorio e l'integrazione delle esigenze dell'ambiente nelle politiche di sviluppo socio-economico.

 

 

Aree a vocazione agricola e forestale

In molti areali l'agricoltura moderna ha determinato una progressiva riduzione del numero delle colture adottate nei sistemi produttivi (sempre più alta specializzazione colturale), una progressiva semplificazione degli avvicendamenti (fino a giungere alla monosuccessione) ed una sempre più intensa lotta alle piante infestanti, con la conseguente riduzione della biodiversità vegetale (sia delle colture che delle specie spontanee) e di quella animale (per la micro e macrofauna a queste collegate).


La necessità poi di intensificare le colture alimentari ha portato ad un progressivo depauperamento della sostanza organica nei suoli. Inoltre, poiché il terreno agricolo funziona da scambiatore di carbonio con l'atmosfera, un uso improprio dei suoli può avere come conseguenza un aumento netto del carbonio atmosferico.
Un'altra area critica è rappresentata dalle aree alto collinari e montane, che in molti casi hanno visto aumentare le condizioni generali di degrado.


Causa storica delle condizioni di svantaggio, sia ambientale che economico, è stato lo spopolamento a favore dei fondovalle e della pianura, ma spesso si è aggiunto lo sfruttamento intensivo del suolo e delle risorse locali, anche nei poli turistici di pregio. D'altra parte anche le colture energetiche sia erbacee che arboree vanno valutate nei loro vantaggi e svantaggi. Infatti, per ottenere apprezzabili miglioramenti nella qualità dell'ambiente dovranno essere coltivate idonee specie vegetali quali, ad esempio, colture erbacee o colture forestali ad elevata produttività. Ma dovrà anche essere adottata una corretta gestione agricola di tali specie, per non incorrere in possibili rischi per il suolo e per l'ambiente.



Territori abbandonati

Vi sono terreni agricoli ritirati dalla produzione alimentare che richiedono forti interventi di ristrutturazione e di recupero per contrastarne il degrado fisico e socio-economico che comporterebbe danni irreversibili e difficilmente valutabili. Non a caso l'Agenda 21 della Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, ha dedicato numerosi capitoli (cap. 3, 7, 12, 30) alle misure per combattere la desertificazione e favorire nuovi insediamenti agro - forestali. L'Italia ha approvato il piano di attuazione dell'Agenda 21, quale documento programmatico per le scelte di governo, il 28 dicembre 1993 in sede CIPE.
La politica di una corretta gestione del territorio passa attraverso due fasi:

 

  1.  La predisposizione di un quadro di riferimento che tracci le linee di indirizzo per una gestione sostenibile del territorio;
  2. L'individuazione di interventi coerenti ed organizzati

La fase A richiede:

  • L'enunciazione del proincipio di sostenibilità e d'integrazione.
  • La definizione di criteri per uan gestione sostenibile del territorio
  • L'elaborazione di metodologie sistematiche per acquisire lo stato del territorio
  • L'elaborazione delle linee di azione.

E' assolutamente prioritario fissare l'attenzione sui problemi riguardanti la salute e la vitalità del territorio, nonché la sua protezione da eventi dannosi naturali od antropici quali frane, alluvioni, incendi, desertificazione, ecc. Tutto questo richiede sia una riconsiderazione delle tecniche colturali, sia una costante presenza dell'uomo sul territorio che ne assicuri il presidio, la manutenzione, la valorizzazione non distruttiva delle risorse endogene. 
 

La fase B comprende:

  • La proposizione di progetti operativi.
  • L'individuazione dei ruoli operativi dei soggetti coinvolti.
  • La ricerca di strumenti attuativi.
  • L'analisi delle ricadute.
     

 

[Fonte: ENEA]

Si ringrazia l’ENEA (Ente Nazionale per L’Energia e l’Ambiente) per l'autorizzazione concessa alla pubblicazione di informazioni - relative a tecnologie e sfruttamento delle biomasse per fini energetici - presenti nella piattaforma FADIVGen